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Machiologia

LA MACHIOLOGIA

In greco "machia" significa "combattimento". Definiamo "machiologia" la scienza che studia l'uomo nelle situazioni di avversità, ossia il combattimento nei sui aspetti "tecnologici", "funzionali" e "comportamentali".
Per "oplomachia" si intende il combattimento con armi bianche (dal nome del fante greco: l' "oplita" col grande scudo, l' "hoplon"). Quindi è stata definita "oplomachiologia" o semplicemente "oplologia" ("hoplology" in Inglese) quella branchia della machiologia che si occupa del combattimento armato.
Il Pam-machia Reasearch Center però si dedica esclusivamente allo studio delle discipline di autodifesa disarmata e di combattimento agonistico. E non ci limitiamo al solo studio, ma ci interessa soprattutto la pratica. Ciò vale anche nei riguardi delle discipline olimpiche antiche, oggi estinte. Nel senso che siamo impegnati nella "archeologia sperimentale" dell'atletica pesante classica. Questa attività di ricostruzione scientifica, svolta in passato con l'Istituto Ars Dimicandi ed oggi in collaborazione con il Pankration Reasearch Institute di Londra, è stata da noi definita "archeo-machiologia sperimentale".

DUE MODI DI ESSERE IN UNA SITUAZIONE DI AVVERSITA'

Istintivamente un uomo combatte contro un altro uomo come reazione alla minaccia di interessi vitali, per imporre la sua autorità o per uccidere.
Nel primo caso abbiamo un combattimento “rituale” con delle regole per non ferirsi gravemente tipico degli animali della stessa specie: aggressione "affettiva" intra-specifica.
Nel secondo abbiamo un combattimento di “sopravvivenza” senza regole tipo predatore e preda di specie diverse: aggressione "predatoria" inter-specifica.
Ad ognuno dei due atteggiamenti “corrisponde un ‘universo gestuale’, che riproduce con puntualità a volte sorprendente (quasi ‘mima’, vorremmo dire) le operazioni mentali sottese. E’ chiaro, insomma, che noi - eseguendo e ripetendo – ‘ci costruiamo’ la funzione che crea l’organo. E una volta che, ragionando in ‘quel’ modo, abbiamo creato l’organo, questo funziona e ‘tende’ a funzionare in quella determinata direzione” [AM98]. Così avremo un insieme dei segni ricorrenti con cui il pensiero, in una data situazione, si atteggia. “Nel corso di una rissa se il provocatore o l’aggressore ha il viso rosso e le pupille dilatate (adrenalina),…il viso si deforma in una smorfia, serra i pugni …si è in rituale. Dalla sua posizione eretta forse attaccherà, ma lo farà maldestramente e senza un grave rischio… Se impallidisce e le pupille sono strette (noroadrenalina), se smette di gridare, il viso è composto e se abbassa il suo centro di gravità come per scattare…è diventato un predatore e rischia in ogni momento di attaccare senza riserve…si è in sopravvivenza” [PLE99].

Per approfondire l'argomento vi consiglio:

International Hoplology Society - articles

THE TWO FACES OF COMBATIVES
di Hunter B. Armstrong

I 7 RITUALI DELL'ATLETICA PESANTE

Nel secolo scorso uno dei primi maestri europei di karate, Henry Plee, ha intrapreso lo studio, con l’incoraggiamento dello stesso Lorenz, dei rituali agonali: era nata la ‘etologia marziale’. I rituali che l’uomo in quanto “scimmia nuda” , secondo la fortunata metafora di Desmond Morris, applica quotidianamente senza rendersene conto sarebbero quelli detti “di provocazione”, “di affronto”, “del territorio”, “di dominazione”, “di selezione”, “di seduzione”, “di sottomissione”. Questi rituali non mutualmente esclusivi si sublimano nell’uomo intelligente nella “aggressività auto-affermatrice” [FRO75], l’impulso a muoversi in avanti senza inutili esitazioni, paure o dubbi. Quest’ultima dipende dal temperamento, in particolare da due fattori della personalità indipendenti tra loro: “desiderio di successo” (direttamente proporzionale) e “timore di fallimento” (inversamente proporzionale). L’aggressione auto-affermatrice è una pseudo-aggressione, può provocare danni ad un'altra persona ma senza l’intenzione di farlo. Chi manifesta liberamente la propria aggressività auto-affermatrice tende, in genere, ad essere meno violento (sia in senso difensivo che distruttivo) e la competizione ginnica, l’agonismo, aiuta a farlo: non lotta “contro” ma lotta “per”. Infatti l’agonista iniziato non affronta un nemico, l’atleta “unto” combatte fondamentalmente contro se stesso. Le discipline agonistiche sono arti marziali rituali nel senso che l’ego considera l’avversario un alter-ego con cui ‘compere’, che significa ‘fare insieme’, rispecchiando quei sette rituali animali a cui non è possibile sfuggire.
1) Col rituale di ‘provocazione’ si intimidisce il concorrente per scoraggiare una eventuale sfida. Anche noi come gli altri mammiferi lo intimidiamo con posture alte ed appariscenti, con gesti scomposti ed urla minacciose, smorfie che mostrano i denti , ci manca solo il battere sul petto come fanno i gorilla. Le pose ‘virili’ degli atleti, il riscaldamento spettacolare, gli sguardi incrociati e talvolta gli insulti prima del match (specie nella boxe moderna) riflettono questo rituale nelle arti marziali.
2) Nel combattimento rituale tra membri della stessa specie od ‘affronto’ c’è sempre una censura mentale che inibisce i duellanti dal portare attacchi invalidanti in quanto un animale ferito avrebbe pochissime possibilità di sopravvivenza in natura. Negli sport da combattimento c’è sempre un regolamento ed uno o più arbitri per impedire che i contendenti si facciano male.
3) Difendere il ‘territorio’ è fondamentale in natura, perché significa cibo e famiglia. Nelle discipline agonali ognuno cerca di occupare il posto dell’altro, “c’è tutta una strategia per far uscire l’avversario dal territorio di competizione, e i regolamenti hanno previsto alcune penalità che vengono applicate dopo un certo numero di uscite” [PLE98].
4) Ogni animale cerca di dominare gli altri, fin da piccoli attraverso i giochi si stabiliscono delle gerarchie di ‘dominazione’. Per fortuna la civilizzazione ha fatto attenuare l’impatto sociale delle differenze fisiche tra umani, per fortuna non c’è più la “legge del più forte” tuttavia nello sport, ‘tolti gli abiti’ sociali (ginnasta significa nudo), vale ancora il motto coubertiniano “che vinca il migliore”, doping permettendo.
5) Gli agoni sono sicuramente un rituale di ‘selezione’ che coronerà per l’appunto il migliore, il vincente.
6) Sono anche un modo per mettersi in mostra e per ‘sedurre’ una femmina. E’ noto d’altronde che quando una visitatrice entra in palestra spesso l’allenamento si inasprisce e forse per questo non era permesso alle donne greche di assistere agli antichi giochi olimpici.
7) Dopo un combattimento rituale l’animale perdente si ‘sottomette’ mostrando immobile le parti più vulnerabili del corpo e il vincitore dopo una annusatina lo risparmia regolarmente. ”Quindi il vinto se ne va, come se niente fosse o un po’ vergognoso per essersi sopravvalutato, o leggermente deluso… con un leggero tono da ‘alla prossima, vecchio mio’. L’animale accetta sempre di eseguire il suo rituale di sottomissione e tutto torna tranquillo: ognuno torna senza fretta ‘al posto giusto’.” [PLE98] Non è proprio così per l’uomo civilizzato fatta giusto eccezione per l’uomo ‘sportivo’ , entro certi limiti purtroppo: le iene ridono ma non di gioia.

AGONI E AGONIE

Il livello della prestazione agonistica dipende da caratteristiche invariabili dell’atleta (ereditarie), da caratteristiche variabili dell’atleta (acquisite) e da fattori contingenti ed ambientali. L’essere ‘disposti’ psichicamente ad eseguire un programma per raggiungere uno scopo si esprime in un modo di ‘porsi’, in un atteggiamento mentale a cui corrisponde una qualche regolarità nell’universo ‘gestuale’, fisico. Domenico Masciotra, in proposito, fa notare che il saper affrontare con successo un avversario dipende proprio dal “saper essere disposti”, dal “saper pensare in atto” e dal “saper agire”[MAS04]. Quindi l’essere in una situazione di combattimento coinvolge oltre alla sfera fisica o “gestuale”, anche quella mentale o “posizionale” e quella psichica o “disposizionale”. Visto il successo delle scienze naturali, i gesti motori nelle discipline da combattimento sono studiati soprattutto nel loro aspetto “fisico”. Si migliora progressivamente la prestazione fisica cioè l’adattamento senso-motorio all’esperienza di gara con l’allenamento, tenendo presente che “la funzione crea l’organo e l’organo crea la funzione: è chiaro che senza le gambe non cammino, ma è anche chiaro che camminando, alla fine, ho delle gambe adatte a camminare e se sto seduto le gambe si atrofizzano” [CEC83]. In questi casi, il dislivello tra ‘prestazione potenziale’ e ‘prestazione attuale’ dipende dall’approccio psicologico con cui si affronta l’avversario. Ad esempio lo sportivo che affronta l’avversario con l’atteggiamento di chi sfida se stesso migliora nel tempo la prestazione: “quasi sempre il miglioramento richiede un controllo su ciò che si fa …gareggiando con se stesso riconosce alcuni difetti e finisce col superarli; gareggiando con l’altro entra in una specie di furore cieco che non gli serve certo per migliorare” [CEC83]. Per questo recentemente si è fatta strada anche la “psicologia marziale” che si occupa di studiare il mondo psichico di un individuo in un contesto agonistico o meno (es. per strada come difesa personale). "Dal punto di vista della psicologia dei costrutti personali, possiamo definire disordine qualsiasi costruzione personale che viene usata ripetitivamente, nonostante subisca consistenti invalidazioni." [KEL55] I più frequenti disordini psico-fisici manifestati dagli atleti agonisti sono difficoltà nella gestione della risposta allo stress acuto della gara o cronico dell’allenamento, paura di vincere o Nikefobia (atleta vincente in allenamento ma che perde in gara), ansia da prestazione, problemi nella gestione emotiva della vittoria e della sconfitta, difficoltà nella gestione del dolore, della fatica ecc... L’attività addestrativa contribuisce notevolmente a coltivare le qualità psico-fisiche del combattente, ma è necessario anche un allenamento specifico. Oltre alle qualità fisiche occorre allenare anche le qualità psichiche (motivazione, fiducia in sé, lucidità sotto stress, concentrazione, …) tenendo conto delle peculiarità del singolo individuo e delle singole discipline marziali (di contatto, da terra, da posizione eretta, con armi, di lunga distanza, di media distanza, di corta distanza, ecc..). Come il mondo psichico, privato dell’atleta influenza il suo fisico, il suo aspetto pubblico, così all’ opposto il corpo influenza la psiche. Va dunque distinto il lavoro sulla psiche “a freddo” (al di fuori della palestra) di tipo cognitivo da quello “a caldo” (sul campo) di tipo psicosomatico che serve a sanare i disagi emotivi a livello posturale, a livello respiratorio, a livello energetico (fortemente relazionati tra loro) [DIS04]. Così l’arte marziale, nel suo insieme, aiuta a mantenere l’equilibrio psicofisico di chi sta bene (funzione profilattica) e contribuisce al miglioramento di chi sta male (funzione terapeutica).

IL LINGUAGGIO DEL CORPO: SEGNI E SOGNO

Nel contesto del combattimento (e non solo lì) ogni contendente, per portarsi in una situazione di vantaggio, cerca di capire le intenzioni dell’avversario, i suoi punti deboli e quelli forti ( tecnico-tattici e caratteriali) analizzando il “linguaggio del corpo” in maniera più o meno inconscia. “Il combattente pensa, parla e agisce con le sue mani, i suoi piedi, il suo viso, il suo ritmo, la sua mobilità, la sua respirazione, in breve con tutto il suo corpo. … Egli parla in atto” [MAS04]. Lavorando sulla “comunicazione non verbale” possiamo da un lato anticipare le azioni dell’avversario e dall’altro alterare la nostra struttura psico-fisica al fine di mostrargli un’immagine falsata che ci avvantaggi. Ossia si può sfruttare la consapevolezza del proprio stato d’animo in relazione all’atteggiamento del corpo per aumentare il vantaggio strategico in combattimento. L’agonista esperto, con esperienza in questa attività psico-corporea, sarà poi il candidato ideale per svolgere ricerca archeo-machiologica, potendo egli, meglio di altri, “leggere” ed interpretare empaticamente i segni di un reperto iconografico. Così, da un’immagine che mostra una attività marziale può realizzare il sogno di risalire alla tattica ed al gesto tecnico appena compiuto e che si accinge ad intraprendere il lottatore raffigurato, quasi come se fosse presente in carne ed ossa alla scena.

LA MACHIONOMIA

Contrariamente a quanto si possa pensare l’uomo fa poche cose senza rendersene conto: finchè non le automatizza, nel farle adopera anche la testa. Così, anche i gesti tecnici “automatizzati”, quelli costruiti e poi ripetuti inconsciamente, possono essere modellati e resi consapevoli a scopo didattico. Come ha fatto notare Accame, troppi allenatori sportivi si accontentano di mostrare una tecnica per poi chiedere di ripeterla a prescindere dal “modo” in cui è stata ottenuta [ACC96]. L’ istruttore, invece, dovrebbe considerare la prestazione come “risultato di operazioni” per “ridurre l’esecuzione ad istruzioni eseguibili da tutti coloro ai quali lo richiede”, naturalmente “dopo aver concordato gli elementi costitutivi ed i loro possibili rapporti” [ACC85]. Ad esempio, analizzando operativamente una situazione di svantaggio si può migliorare la prestazione dell’allievo. Un “disturbo” visto come effetto può essere evitato, o meglio “riparato” individuando la causa che lo ha prodotto e correggendola, oppure può essere “compensato” determinando azioni contrastanti, che fanno superare il disturbo indesiderato. Questa consapevolezza metodologica “della strada che porta al risultato”[ACC85] , fondamentale per chi si occupa di insegnamento, diviene indispensabile per chi si occupa di machiologia, di modellazione del ‘combattere’ sportivo inteso come funzione generica, come “nome comune”. Sapendo che “la modellizzazione di una funzione può configurarsi come una gerarchia inclusiva, con i problemi di coerenza e di compatibilità tra i vari livelli” [ACC94], possiamo studiare lo sviluppo dell’azione come fosse una frase del discorso. Il linguaggio corporale delle arti marziali è composto di “gesti motori”, da movimenti particolari. La machiologia scompone il movimento marziale in submovimenti elementari offrendo una soluzione stabile, seppur non definitiva al problema della “machionomia” cioè della classificazione e della terminologia delle azioni di lotta. Ricordiamoci che i costituenti individuati sono considerati componenti base, elementi ‘atomici’ solo per programma, per scelta di comodo e non in virtù di un ontologica proprietà di indivisibilità, di inanalizzabilità. Procediamo con ordine. I singoli gesti tecnici vengono correlati fra loro come le parole di una lingua. Definisco “frase marziale” una sequenza priva di pause di gesti motori prodotta da un “ragionamento tattico” per proteggersi da una aggressione o per vincere una competizione agonistica. Il “lessico marziale” è l’insieme di “parole” o “lexemi” che un duellante ha a disposizione per generare il fraseggio. Il lessico rappresenta la “competenza tecnica” di un combattente, ossia l’insieme di tecniche di posizione, di spostamento, di caduta, di attacco, di neutralizzazione che egli ha assimilato ed automatizzato. Ogni tecnica è scomponibile in diversi movimenti parziali che corrispondono alle lettere che formano il lexema. “Fondamentali” sono dette le lettere comuni a più parole, cioè le caratteristiche generali del lessico marziale. Le lettere “secondarie” rappresentano i sub-movimenti particolari che uniti ai fondamentali danno origine alle infinite varianti della tecnica. Esistono tanti lessici diversi quanti sono i praticanti di qualunque arte marziale. L’insieme infinito di frasi marziali costituisce il “linguaggio” della difesa personale e del combattimento agonistico. La machiologia presenta il programma di addestramento al combattimento come una sorta di “grammatica generatrice” con cui dare una rappresentazione formale, finita di tale linguaggio (“machionomia”). Si tratta di un modello usato per definire i linguaggi di programmazione [CHO65] :
Machionomia = G = (An,At,P,S) ; dove :
An = “Alfabeto Non terminale”: insieme di variabili che rappresentano categorie sintattiche, ovvero “categorie tecniche = posizioni, spostamenti, cadute, attacchi, neutralizzazioni”.
At = “Alfabeto Terminale”: il lessico marziale.
P = “Produzioni”: insieme di criteri generali o “produzioni tattiche” per ottimizzare lo sfruttamento delle facoltà tecniche e psico-fisiche in funzione dei propri obiettivi, dell’avversario e dell’ambiente.
S = “aSsioma”: la variabile attacchi ovvero “l’inizativa d’attacco” a partire dalla quale vengono generate tutte le frasi marziali usando le regole in P.
A seconda del tipo di grammatica gli stili di combattimento avranno approcci diversi: “Context Specific dove la tecnica A è disegnata per la situazione A, Context Free dove poche tecniche sono imposte su tutte le situazioni e Context Sensitive dove si incoraggia la creazione di tecniche così come sono richieste dalle situazioni sempre uniche e sempre in cambiamento” [SON03]. Le arti marziali da competizione, per la variabilità delle situazioni, presuppongono un approccio ‘contestuale’, sensibile al contesto di gara (agone) e di allenamento alla lotta (palestra). Per questo motivo sono definite sia “agonistiche” che “palestriche”. E’ opportuno sottolineare che un programma di addestramento contestuale non consiste in una banale collezione di tecniche predefinite bensì in un ampliamento ed in una sistemazione di ciò che l’atleta istintivamente tenderebbe a fare. Si può dire che dopo essere stato programmato a compiere più schemi motori diversi, l’allievo va “deprogrammato” affinché affronti l’agone in stato “pre-riflessivo” [SON03]. L’individuo in questo stato può mobilizzare tutte le risorse psico-fisiche a disposizione con atteggiamento mentale “pro-attivo” ancor più che reattivo e, così facendo, ottimizza l’adattamento all’esperienza di avversità.

L'ARCHEOLOGIA SPERIMENTALE

Le origini dell’archeologia sperimentale vengono fatte risalire ai primi anni ’20 con la ricostruzione in Svizzera di due abitazioni neolitiche sotto la supervisione di R. Schmidt e H. Reinerth. Ma la nuova disciplina ha iniziato a diffondersi negli anni ’70, grazie al lavoro di John Coles e di Peter Reynolds. Coles interpreta la disciplina in senso stretto, come il tentativo di riprodurre antichi manufatti e le circostanze che ne hanno eventualmente provocato il degrado o la distruzione attraverso gli esperimenti, utilizzando le stesse tecniche e i medesimi materiali utilizzati nel passato. Si parla di “replica” quando l’oggetto originale è oggi a nostra disposizione, altrimenti di “ricostruzione” tecnica. Reynolds, invece, interpreta la disciplina in senso lato, come generica applicazione degli esperimenti scientifici allo studio del passato. Cosa facevano gli antichi? Come? Perché? La sua impostazione prevede di rispondere a queste domande formulando e testando delle ipotesi (quando possibile). Reynolds ha individuato cinque possibili applicazioni sperimentali in archeologia: 1) copia sperimentale in scala 1-a-1 di artefatti; 2) copia di processi e funzioni; 3) simulazione; 4) combinazione dei primi tre tipi di esperimento; 5) innovazione tecnologica. Dalle evidenze archeologiche e dai dati etnografici a disposizione (dinamiche culturali in atto) si passa alle ipotesi da verificare e viceversa. Le tecniche antiche recuperate, quelle testate tramite esperimenti ed accettate come verosimili dalla comunità, sono spesso insegnate nei cosiddetti “campi” di archeologia sperimentale a studenti ed appassionati così che possano in un certo senso ‘vivere’ la storia. Non dobbiamo però assimilare la sperimentazione con questa attività didattica, come fa qualcuno. Purtroppo, c’è anche chi crede di fare archeologia sperimentale partecipando alle rievocazioni storiche, come se il teatro in costume avesse qualcosa a che fare con la ricerca scientifica. Troppo spesso, nel mondo accademico si riduce questa disciplina alla replica di manufatti o alla ricostruzione di abitazioni: non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire, dice il proverbio. E troppo spesso, nel mondo non accademico, si estende l’archeologia sperimentale alle rievocazioni storiche o al doposcuola per ragazzi: non c’è peggior sordo del sordo che fa finta di sentire, dice Vasco Mirandola. Dovrei biasimarli? Forse è meglio di no, del resto non si può rimproverare un pittore perché non ha sempre le mani pulite.

Per approfondire l'argomento vi consiglio:

Methodologia Edizioni- working papers 196

Dell'archeologia sperimentale:
tesi intorno alla costruzione scientifica delle ricostruzioni storiche

L'ARCHEO-MACHIOLOGIA SPERIMENTALE

L'archeologia sperimentale ci permette di riesumare qualunque attività dei nostri antenati, non solo quelle materiali, purchè si presentino le condizioni per poter affrontare il problema scientificamente. L'archeologia sperimentale dell'agonistica è finalizzata alla ri-costruzione delle attività ginniche del passato, oggi estinte. In particolare, noi siamo impegnati nell'impresa di far "rinascere" l' atletica pesante degli antichi Greci e Romani: il pugilato, la lotta e il pancrazio dei giochi olimpici classici. Abbiamo definito tale disciplina come ARCHEO-MACHIOLOGIA SPERIMENTALE, dal greco "machia" che significa combattimento. Ciò che rende possibile una ri-costruzione scientifica delle discipline agonistiche è il fatto che l'uomo Sapiens Sapiens può essere considerato mentalmente e biomeccanicamente lo stesso dalla sua comparsa ad oggi. Ovviamente chi vuole vincere una competizione agonistica dovrà cercare di sviluppare al massimo l' "efficienza" dei propri gesti tecnico-tattici. E' plausibile supporre che il 'comportamento' di atleti del presente impegnati nella stessa attività atletica del passato sotto le medesime condizioni di regolamento, di abbigliamento ecc…, si evolva tecnicamente nel tempo adattandosi al contesto 'agonale' fino a convergere verso un punto stabile che può considerarsi equivalente a quello simulato. Tale tesi sta alla base di questo tipo di ricerca essendo la condizione necessaria affinché si possa parlare di ripetibilità e quindi di ri-costruzione scientifica delle antiche discipline agonistiche ( solo quelle praticate per molto tempo e da tante persone ). Il problema scientifico di cui si occupa l'archeologia sperimentale dello sport, cioè la funzione 'ripetibile', "comune" da analizzare, è per l'appunto il 'competere' atleticamente. Ci si chiede tramite quali operazioni si giunge a costituire questa attività agonistica come risultato. Per vincere una gara occorre "voler fare", "poter fare" e "sapere cosa e quando fare". Nessuna consapevolezza sulle operazioni svolte, sulle dipendenze reciproche, né la loro semantizzazione può insegnarci a "fare" di per sé una competizione efficiente, ma per "far sapere" occorre avere concetti chiari ed ordinati. Occorrono le cosiddette conoscenze "dichiarative" o "sapere circa", "condizionali" o "sapere perché" e soprattutto "procedurali" o "sapere come". Così uno sport viene descritto specificando le caratteristiche delle azioni che, correlandosi l'un con l'altra, lo compongono. I vari aspetti dell'azione vengono individuati rispondendo alle seguenti domande: a che proposito si inserisce? chi la fa?, che difficoltà ha incontrato?, cosa è stato fatto? (che sostanza? che accidente?), come è stata fatta? (in che modo? con che mezzo?), in che contesto? (dove? quando? sotto quali circostanze?), in quanto tempo?, perché? (cosa la ha causata? con quale scopo? con che atteggiamento?), che possibilità c'è di realizzarla? in che modo si combina con le altre?, ecc... Teniamo presente che le risposte, non potendo mai essere quelle 'giuste' in assoluto, saranno solo "viabili" (consistenti, coerenti, validate). Si costruisce una "copia" più o meno viabile del linguaggio corporale "originale" in base agli artefatti archeologi "residui". Le evidenze "iconografiche" (pitture, sculture, mosaici, ...), "scritte" (epigrafiche,letterarie,…) ed "etnografiche" (conoscenze e tradizioni popolari tramandate di generazione in generazione fino ai giorni nostri) che testimoniano l'attività agonistica in oggetto costituiscono il corpus documentario su cui fondare le ipotesi e le sperimentazioni conseguenti. Interpretando i dettagli delle evidenze archeologiche residue come segni osservabili di una narrazione (indizi, tracce e designazioni), diventa possibile ricostruire l'attività originale in questione. Tali segni costituiscono le 'informazioni' su cui compiere dei ragionamenti inferenziali. Otteniamo una 'spiegazione' attraverso un ragionamento induttivo ed una 'predizione' attraverso un ragionamento deduttivo. Al riguardo è bene ribadire che le spiegazioni connettono solo esperienze, non cose in sé e che le predizioni riflettono solo ciò che ci aspettiamo dall'esperienza. Il consenso tra i ricercatori, ognuno con le proprie esperienze personali, è reso possibile perché "nonostante la piena libertà teorica di costruirsi paradigmi e di sanarsi le differenze eventuali in funzione dei propri bisogni, gli esseri umani vedono, ragionano, parlano e raccontano assecondando le leggi di quel mercato in cui i loro risultati ricevono valore". Spesso non è possibile raggiungere un accordo consensuale, tuttavia è sempre possibile ed auspicabile un atteggiamento aperto al dialogo, un accordo sul come prendere accordi, un "consenso di secondo ordine". Grazie a questo impegno deontologico diventa possibile impostare esperimenti controllati ed arrivare ad una conclusione condivisa fino a prova contraria. In sintesi, avremo una fase "informale" che riflette il contesto della costruzione proposta, una fase "investigativa" che stabilisce le ipotesi per la nuova costruzione, una fase "sperimentale" che analizza le ipotesi e propone una soluzione e una fase "probatoria" che controlla la validità della soluzione proposta. Va ribadito che l'archeologo sperimentalista non deve mai dimenticare il suo ruolo attivo, nessuna indagine, nessuna sperimentazione, nessun procedimento probatorio ha senso fuori dal contesto teorico che le produce. Quando si svolge una ricerca scientifica è fondamentale dunque la consapevolezza del proprio operare. La stessa consapevolezza che ci porterà infine a considerare la costruzione sperimentale "compiuta", se non proprio come una copia esatta dell'originale, per lo meno come una sua 'evoluzione' (spiegando la differenza deterministicamente) o come una sua 'erede' legittima (spiegando la differenza finalisticamente).

Per approfondire l'argomento vi consiglio:

Methodologia Edizioni- working papers 197

Dell'arte ginnastica antica: l'archeo-agonistica sperimentale

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